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  • Letizia

    Bellissimo completo; vestita, truccata e pettinata così, eri un puro incanto.
    Sì, CTCF va in vacanza ma se devo essere onesta non mi mancherà più di tanto, escludendo SOLO TE, questo è scontato. Credo che questa nuova stagione abbia toccato il suo livello più basso… quasi imbarazzante… e non mi esprimo su Fazio che è meglio…
    Trasmissione a parte, visto che lì ormai ti si vede e ti si sente sempre meno, e non per colpa tua naturalmente, almeno ci possiamo rifare sul Planet, e non solo…
    Giovedì sera darò un’occhiata a Rai3, ma solo all’inizio, giusto in tempo per vedere il tuo sorriso… 😉

    P.S. Stavo per commentare questo post qualche ora fa, ma proprio mentre mi accingevo a scrivere ho appreso in diretta della tragedia a Berlino e il mio umore è decisamente cambiato…

    20 dicembre 2016 at 00:06 Rispondi
  • Morgan

    …spesso mi chiedo, ma in che mondo vivranno i nostri figli? Perchè esiste così tando odio e disprezzo per la vita? In nome di quale Dio si possono giustificare guerre, attentati, violenze e soprusi…. esiste ancora una Natale?
    Scusate il mio sfogo.
    Ciao a tutti

    20 dicembre 2016 at 11:26 Rispondi
  • DB

    Racconto di un racconto di Natale.

    Era il 21 di dicembre. Anno del Signore 1983. Era un mercoledì freddissimo. Un vento gelido di tramontana saliva dal mare di Posillipo e batteva le terrazze del Parco Sereno dove abitava Domenico Rea.
    Come d’abitudine ero andato a casa sua alle 17 e lì mi sarei trattenuto fino alla cena e oltre. Prima di mezzanotte sarei tornato a casa mia che non era distante. Era il rituale del mercoledì, instaurato già da alcuni anni. Ci vedevamo anche di sabato e domenica, in occasioni conviviali, con amici e ospiti. Oppure per andare a teatro o a un concerto o a un ricevimento. Ma il mercoledì era un incontro a quattrocchi di alcune ore, senza disturbi o interferenze.
    L’abitudine nasceva dal fatto che Domenico Rea, Mimì per gli amici, aveva bisogno di un rapporto confidenziale con persone più giovani che fossero capaci di raccontargli il mondo con gli occhi dell’entusiasmo e della speranza. Persone che gli parlassero di amore, desiderio, rabbia, passione, estasi, abbandono, scontento e delusione. Insomma, che gli rappresentassero la commedia della vita per quello che era. O che gli facessero, semplicemente, la cronaca delle piccole cazzate quotidiane, delle questioni minute, insignificanti: nel gran calderone di Mimì tutto finiva per fare brodo.
    A queste persone più giovani Mimì -che era generosissimo di sé- si raccontava senza reticenze. Diceva quello che pensava, ciò che lo angustiava, ciò che scriveva o avrebbe voluto scrivere. E soprattutto confidava la fatica enorme dello scrivere. Era quella la sua croce: scrivere e non riuscire a farlo come avrebbe voluto.
    Domenico Rea era considerato uno dei massimi scrittori italiani del secondo dopoguerra. Si era rivelato giovanissimo con i racconti di ‘Spaccanapoli’ nel ’48 e vincendo , nel ’51, il prestigiosissimo ‘Viareggio’ con il romanzo ‘Gesù, fate luce’. Aveva ricevuto subito onori e traduzioni in tutte le lingue del mondo ed aveva continuato a produrre con buona regolarità ed esiti letterari talvolta straordinari per tutti gli anni ’60. Poi la vena s’era inaridita e, come narratore, ormai campava del cospicuo patrimonio di fama e favore della critica che aveva cumulato negli anni iniziali della carriera.
    Per guadagnare soldi faceva il ‘giornalista’, se così si può dire, e collaborava con la Rai, con il Corriere della Sera, con Il Mattino, con La Repubblica. Scriveva cazzatelle, fesseriole, piccole cose. Quasi sempre pezzi brevi. Erano pezzi brillanti e piacevano molto ma il racconto lungo e, ancora di più, il romanzo erano una cosa troppo diversa. Niente che si potesse imbastire per un’occasione o per un committente. Racconto o romanzo dovevano nascere nella testa come fatto necessario e assoluto, quasi un’ossessione che infine trovava sfogo e pacificazione. Senza altri vincoli e scopi che non fossero i vincoli e gli scopi della letteratura, vale a dire l’autenticità e la verità. Perché esattamente questo Mimì intendeva per letteratura: autenticità e verità. E queste cose non gli potevano arrivare dopo un facile comando, per quanto egli raspasse il fondo della sua coscienza e si affannasse a vivere molte vite attraverso i suoi giovani confidenti e appassionati amici.
    Quel pomeriggio del dicembre dell’83 Mimì Rea era alle prese con un pezzo lungo e impegnativo. Il Mattino gli aveva chiesto un racconto di Natale. Andava consegnato il 22 per essere pubblicato il 24 a santificare la Vigilia con la firma del grande scrittore, col pezzo inedito in esclusiva.
    Mimì aveva accettato, per soldi, ovviamente, ma s’era subito pentito. E adesso stava lì, dietro al ‘bancariello’ -il piccolo tavolo da lavoro tra biblioteca e salotto- vergando a mano con grafia elegante piccoli fogli di carta candida e sottile. Il racconto aveva già un titolo “Catalogo di un vecchio Natale” ed era un ricordo della giovinezza, negli anni ’30, a Nocera Inferiore, il borgo rurale prosperoso e selvatico a pochi chilometri da Napoli dove Rea aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza.
    “….Autunno e inverno sapevano di santità. Avevano un sapore di penitenza, di peregrine intimità del cuore. Un cielo azzurro era quasi un’offesa. Si voleva e si godeva nel vedere il cielo bigio. Era delizioso sentirsi tagliare la faccia da punte acuminate di ghiaccioli che si mescolavano al vento. L’odore dei gigli o delle rose avrebbe infastidito. Gradevole era quello delle castagne arrostite vendute da un povero diavolo con le mani trafficanti sotto il mantice del sacco inumidito e fumante. Una sorta di sacco umido e fumante ricopriva l’intera umanità di Nofi* e i fiati degli uomini rassomigliavano a quelli dei buoi nella terra nera sotto cui dormivano i semi dei fiori e dei frutti della incubante primavera….”.
    Mimì poggiò davanti ai miei occhi i piccoli fogli manoscritti. Lo fece con uno sforzo estremo, come se sollevasse uno dei grandi vasi di gerani sul terrazzo. Era sfinito e scontento. Non gli piaceva quello che stava scrivendo, era agitato e ansioso. Prima ancora che finissi di leggere propose di bere un bicchierino. Mimì non era un grande bevitore, ma quando scriveva un po’ di alcol gli dava una mano. Il punto era che in quel periodo la moglie, Annamaria, non voleva affatto che Mimì bevesse e per questo nascondeva e chiudeva a chiave le bottiglie di liquore. Mimì non s’era perso d’animo e aveva comprato una bottiglia di J&B lasciandola in custodia al guardiano del Parco Sereno che abitava a poche decine di metri. In pratica, ‘bere un bicchierino’ significava uscire di casa senza insospettire Annamaria, andare dal guardiano, pregarlo di preparare i bicchieri e versare un po’ di whiskey. Il tutto avveniva lì, sull’uscio della guardiola.
    E così fu anche quella sera. Infilammo i cappotti e sfidammo le raffiche di tramontana. Il guardiano si chiamava Gaetano, era un uomo cordiale e molto ossequioso verso Mimì che chiamava ‘Professore’. Io non dovevo certo scrivere, ma andavo da Gaetano e bevevo per compagnia.
    Tornammo al bancariello. Mimì mi spiegò dove trovava difficoltà, dove il racconto gli sembrava convenzionale, forzato, di maniera. Intanto, continuava a correggere e limare e io a leggere i foglietti che mi passava. Tra mille lamenti e qualche imprecazione (mannaggia cà, mannaggia là….) era arrivato al finale del racconto. In primo piano c’erano il padre e la madre di Mimì alla messa di mezzanotte. La madre immaginava che Dio quella notte si nascondesse tra i fedeli e assumesse le sembianze del vecchio mendicante del paese:
    ”…..’Ma sta’ zitta’ diceva mio padre a mia madre ‘Non riempire di fesserie la testa del ragazzo. Quello lì è soltanto Majone, che mangia pane e mosche. Non la stare a credere a tua madre’.
    Da trent’anni costruiva il presepe –e che presepe!- per noi. Da trent’anni la notte di Natale sparava le botte e che bombe! Da trent’anni accompagnava mia madre e i suoi figli alla messa di mezzanotte, calzando il cappello non il berretto di tutti i giorni, e da trent’anni diceva che erano tutte fesserie.”
    Avevo letto i candidi foglietti fino alla conclusione ed esclamai: ”Majone che mangia pane e mosche è stupendo. E la figura di tuo padre è forte, potente “. Però, Mimì non era d’accordo. Non era convinto. Quando Mimì era convinto faceva un urlo, batteva un pugno sul bancariello e poi non apriva più bocca. Invece continuava a piagnucolare che quella non era letteratura, che aveva fatto male ad accettare la richiesta de Il Mattino. Eppure il racconto doveva essere finito e battuto a macchina entro il giorno successivo. Per trovare forza, coraggio e vincere i tormenti serviva un altro bicchierino.
    Infilammo di nuovo i cappotti. Annamaria era in cucina e non si accorse neppure della seconda sortita. Altre folate d’aria ghiacciata ci fecero quasi scivolare sul basolato lucidissimo del Parco. Arrivammo da Gaetano. Mimì bussò alla guardiola.
    “Professo’, ditemi !”
    “Gaeta’, pe’ ‘ppiacere, n’atu bicchierino….”
    “Professo’, dovete scrivere una cosa importante ?”.

    *Abbreviazione fantasiosa di Nocera Inferiore

    20 dicembre 2016 at 15:41 Rispondi
  • veraB'

    Incantevole, bellissima e come sempre dalla testa ai piedi.

    Dalla testa, dentro !
    Ai piedi, perché calpesti ogni circostanza con il giusto peso, infatti :”regaliamo loro il nostro tempo, il nostro amore, il nostro interessamento nei loro confronti. Doniamo l’ascolto. L’essere.”
    Un abbraccio forte, silenzioso ed altrettanto doloroso.
    V’

    20 dicembre 2016 at 16:52 Rispondi

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